Arkeodèas

Workshop a indirizzo immaginale

Intorno alla relazione tra visibile e invisibile ruotano grandi interrogativi filosofici. Le nostre credenze religiose separano il cielo e la terra, questa vita e l’altra vita, e il nostro pensiero filosofico divide la mente dalla materia: religione e filosofia hanno scavato un abisso tra visibile e invisibile. Che strumenti abbiamo per trasportare il non visto nel visto? O il visto nel non visto?

James Hillman


Arkèodeas è un’esperienza di viaggio per portare l’invisibile nel visibile, per dare forma all’informe, al non nato, a ciò che, dall’altra parte del velo, incessantemente ci sussurra all’orecchio parole di amore e consapevolezza.

La medicina della coscienza sarà la medicina del futuro. Detto in altri termini, l’unico modo che abbiamo per vivere una vita realizzata è quello di reintegrare le parti frammentate della nostra psiche somministrando un farmaco raro: la verità.

La verità è pura e semplice, ma non può essere trovata fintanto che l’essere umano non si fa canale per manifestare l’invisibile in questo mondo.

Un invisibile che chiede di essere solo riconosciuto per donarci, in cambio, ispirazione e realizzazione.

La realizzazione sta nel risveglio ai noi stessi, alla missione che siamo venuti a compiere, il risveglio sta nell’incontro con l’unica radice del tempo: l’immortalità.

…Se entri in questo mondo non troverai te stesso, perchè te stesso non esiste, tu sei il velo, sei la soglia, sei il passaggio e come tale non puoi fare altro che darti, danzando tra una dimensione e l’altra…

Un Workshop per sanare in profondità il femminile arcaico

La dimensione del sacro femminile non appartiene al genere femminile, appartiene a chiunque, è una dimensione di esistenza basata sulla compassione, la bellezza e la gentilezza.

Non sarà possibile al divino manifestarsi in questa terra se prima non guariamo il nostro femminile profondo, non permettiamo alla compassione di emergere e di divenire unico faro e luce per guidare le decisioni politiche, etiche, i valori morali.

La compassione non è tollerante proprio perché vuole tagliare le catene che legano gli individui ai pregiudizi, ai condizionamenti e alle limitazioni, affinché divengano liberi.

La compassione può divenire guerriera per difendere il diritto di tutti ad esistere come Anime di luce e non come strumenti in mano al condizionamento della Mente Sociale.

Il femminile arcaico ha oggi un profondo bisogno di essere guarito dallo stato di schiavitù, sottomissione, svalorizzazione a cui è stato sottoposto da secoli e secoli di violenza maschile e religiosa che lo hanno indotto ad una condizione cronica di colpa e martirio interiorizzato.

Le donne di oggi hanno la necessità di realizzare la loro Anima poiché da questo dipende la sopravvivenza stessa del Pianeta: la Grande Madre che attraverso le sue figlie, comincerà a guarire dalle sue ferite.

Proprio come sono stati riversati veleni, tossine, emissioni inquinanti, nell’ecosistema, lo stesso è stato fatto al corpo della donna che è una sola cosa con Gaia. Mente e corpo della donna sono avvelenati fin nelle più recondite profondità. La donna ha un urgente bisogno di risvegliarsi dalla fantasia romantica dell’amore che la induce in uno stato di torpore, dipendenza, bisogno e sottomissione. Ha necessità di guardare ai suoi talenti e di non cercare più al di fuori di sé la fonte della propria salvezza e del proprio senso di vita.

Spetta alla donna portare sulla terra il divino maschile, il maschio realizzato. Per rendere questa unione fondata sul matrimonio mistico possibile, deve prima guarire il suo terreno fino a farlo fiorire, fino a realizzarsi.

Il mito come codice dell’invisibile

….I miti scivolano nell’invisibile. Mostrano un viso ammaliatore, ma ciò che hanno dietro, quando li scrutiamo da vicino, svanisce. Non c’è più niente. Siamo smarriti nella foresta. …

Il mito, dicevano gli antichi, è ciò che non è mai accaduto, è ciò che accade sempre.

Le nuvole cambiano costantemente forma, assumono forme di streghe, angeli, ippogrifi…Sembrano tessere nel cielo il racconto del mondo….

Questo fa il mito. Il mito è e non è, viene plasmato, trasformato, scivola in versioni diverse, si fa cupo, si fa luminescente, è buono, cattivo, vero, falso…lascia sempre qualcosa di inafferrabile alla coscienza…e cos’è quel qualcosa? E’ l’invisibile stesso.

Il mito cresce in menti abituate a relazionarsi con gli eventi naturali come se fossero spiriti…con animali come fossero guide…con la terra come se fosse una Madre, con il cielo come se fosse un Padre…

Per questo i miti sgorgano con facilità nelle menti di esseri umani liberi e capaci di dialogare con le forze naturali. L’essere umano mitico sa che il suo corpo è solo un miraggio, che presto tornerà al fuoco, alla roccia, al vento e che sono proprio questi elementi a tenerlo unito. Senza la pioggia e il temporale il suo corpo si disgregherebbe, senza il sole appassirebbe. Le donne che danno alla luce figli, danno figli alla terra, all’acqua, al fuoco, dando alla luce la vita e insieme lo spirito che si fa carne, ma che è allo stesso tempo legato alla sua radice immortale e che quindi non ha alcun corpo, alcuna sostanza, appartiene allo scorrere delle cose.

Nel rimescolio e nel farsi e disfarsi delle cose esistono sostanze numinose e magiche che sostengono la vita e che da questa sono sostenute, disgiungersi da queste forze magiche sarebbe un’eresia, in grado di condurre l’uomo facilmente alla follia e alla dissoluzione.

Come si fa a tener vivo il rapporto con queste forse vivificatrici per ottenere da loro protezione e perché la vita continui a conservarsi? A queste forze si predispongono riti, sacrifici e si onorano attraverso il racconto mitico che le decodifica per portarle nella dimensione visibile. Nella dimensione visibile le forze vengono narrate, ma non imprigionate, perché un’idea, che è un Dio, riportata in vita attraverso il mito, porta di quel Dio, di quell’idea, il profumo stesso, ne è pervasa.

Il pensiero mitico è un pensiero che ha la saggezza di creare porte ed entrate per permettere alle forze magiche di passare e manifestarsi, è un modo per garantire un ordine e non permettere allo spirito della comunità di disgregarsi e cadere in mano alle forze della paura.

Non fare questo, non sacrificare, non officiare, non aprire le porte alla dimensione dell’al di là, non narrare, condanna la storia del mondo all’oblio.

La caratteristica del mito è l’oralità, nel mondo che precede la scrittura, l’essere umano è assorbito dal senso dell’udito, più che da quello della vista. Il nostro mondo di oggi si basa sul vedere, il mondo del passato si basava sull’ascoltare. Il senso dell’udito rendeva l’essere umano coesistente con la dimensione che lo ospitava che non veniva dissezionata e analizzata come accadrà poi entrando nel dominio della vista.

L’oralità ha anche la caratteristica di essere irrepetibile. Il racconto non scritto è un mutaforma, perché non è confinato nella pagina. Resta appannaggio dell’infinito, dell’incredulità e della meraviglia.

Il mito come chiave di guarigione per il femminile arcaico

Chi sono le donne del mito e quali storie raccontano?

Esisteva forse una saggezza nelle donne che ci hanno preceduto, in grado di lasciare chiavi di liberazione là dove meno uno se le aspetterebbe? Nella mia ipotesi, i miti contengono queste tracce poiché sono stati generati in un mondo libero e sono universali e atemporali, sono in grado di spezzare le catene della storia e restituirci rinnovate al mondo. Sono rivolti all’intero genere femminile. Sono transculturali e parlano direttamente all’inconscio collettivo. I miti sono in grado di trasformare il nostro DNA. Nati in una dimensione di tempo, sono stati generati per venire in soccorso alle donne di questo tempo, in una delle fasi più difficili della loro storia, dove occorre urgentemente una deprogrammazione dal mito sociale per un ritorno al mito naturale.

Quale strumento?

Non è sufficiente fruire passivamente la trasmissione del racconto: c’è bisogno anche di altro, uno strumento che faccia riportare ad una dimensione materica, istintuale e creativa, la narrazione del mito.

Il mediatore artistico è ciò che più avvicina la donna alla sua dimensione istintuale e sensuale. Non possiamo però utilizzare un mediatore artistico che necessiti di troppa tecnica, è indicativa un’arte di tipo figurativo che sia di immediato accesso a chiunque. Il collage si presta molto bene allo scopo, perché sono necessari materiali semplici, di largo consumo e spesso riciclabili. Si possono adottare, oltre ai ritagli di giornale, anche altre materiali come perline, tessuti, stoffe, conchiglie, bottoni e mano mano, nel corso degli incontri, inserire anche tempere, acquerelli, acrilici, ecc…

La cosa più importante è che la creazione resti il più possibile libera da ogni schema e ansia da prestazione. Non ci interessa creare nulla di tecnicamente perfetto, ci interessa esprimere un’emozione nella forma di archetipo.

Le immagini di arkeodéas sono uniche e allo stesso tempo, semplici, sono immagini di volti, abbinate a luoghi naturali, piante, fiori, animali, o altri elementi simbolici.

Queste immagini risultano fedeli riproduzioni di quello che è il terreno psichico della donna. Sono un’istantanea fotografica del loro mondo interiore, che si esprime nella forma di un archetipo.

Secondo le mie ricerche, esiste alla base di ogni patologia, sia essa psichica che fisica la narrazioe di un archetipo, che è immaginabile come una nota della scala musicale. Ciascuno di noi nel momento della sua nascita, ha l’impronta di un suono (o archetipo) che sarà chiamato a “narrare” in vita.

Questo perché gli spiriti amano farsi riconoscere in questo modo, raccontando la propria stessa vicenda, nel corpo e anima dei loro “prescelti”. Il trauma è spesso un’indicazione di ciò che è l’archetipo dominante che stiamo portando sulla scena. La strada è in realtà vedere secondo la logica del paradosso questo aspetto, l’archetipo (o archetipi) che ci governano ci danno una via d’uscita dal trauma e dalla recita nel momento in cui ne riconosciamo le fattezze e li “riesumiamo” dall’oblio della nostra stessa coscienza. Facendo così creiamo un pantheon psichico in cui ciò che ci ha fatto ammalare diventa il nostro nume tutelare, si trasforma nel genio, nel daimon.

L’ipnosi del materialismo

Il paradigma del riduzionismo e del materialismo si è sposato a secoli e secoli di negazione di un aspetto fondante per generare una vita umana che non sia fatta solo di sopravvivenza, ma anche di senso, consapevolezza e significato.

Questo aspetto è quello del sacro e del rapporto dialogico con il mondo degli invisibili.

Tutto quello che era sacro nelle antiche civiltà è stato, nella nostra, ridotto a un fenomeno di scherno, roba da fattucchiere, da acrobati dell’immaginazione, a cavallo tra la sanità e la follia.

Peccato. Nel mondo che ci ha preceduti dove esisteva la saggezza e l’amore verso l’ecosistema che ci ospita, questi pazzi furibondi, queste streghe eretiche, questi visionari, erano la salvezza della comunità stessa poichè le attribuivano fondamento attraverso la comunicazione con il mondo al di là del velo: il mondo dello spirito.

Guardare il mondo con occhi nuovi è diventato fondamentale al momento.

La realtà non è fatta di “cose”, non è materiale, non è oggettiva, ma è costituita da informazione intelligente, luminosa, scintillante che interagisce costantemente con noi e la nostra mente. Questa realtà è lo spirito stesso, il gioco eterno, la maya, che ci richiama ad entrare in relazione con essa per trasformarla.

La realtà, come la bellezza, sono negli occhi di chi guarda.

Se vogliamo cambiare la realtà dobbiamo cambiare il nostro modo di vedere ed entrare, noi per primi, nella non oggettività delle cose, superando il concetto di Io come entità separata, superando il concetto di “Tu” e la falsa credenza dell’esistenza di una realtà materiale. La realtà forma un unicum con la mente. Quante più menti cambiano, tanto più velocemente la realtà cambierà.

Se più menti iniziano a superare il pregiudizio razzista, per fare un esempio, nel mondo non si manifesterà più la violenza razzista. Questa si chiama rivoluzione culturale.

Ma se parliamo di una rivoluzione più grande, di una riforma della coscienza stessa, di una riforma del nostro stesso modo di pensare. Se l’oggetto d’indagine scientifica non fosse più all’esterno, ma all’interno?

Se si cominciasse a porre l’attenzione sulla coscienza che indaga il mondo e non più sul mondo si scoprirebbero tante cose: in primo luogo che il mondo come oggi lo conosciamo è fondato su categorie che non esistono relamente, ma che sono nostri meccanismi interiori per catalogare la realtà: lo spazio /tempo stesso è solo relativo alla nostra coscienza, ma nello spazio profondo non esiste più, perchè è un prodotto di una coscienza collettiva che lo ritiene VERO. E’ la coscienza che crea ogni cosa che vediamo, ogni evento, ogni cosa che ci accade, ogni struttra sociale e gerarchica e, attraverso la coscienza, tutto questo può essere cambiato.

Questa è l’essenza del risveglio, deprogrammare la mente da categorie oramai desuete e iniziare a dire la VERITA’: non esiste alcuna realtà oggettiva, ma solo prodotti di menti che sognano insieme e attribuiscono valore ad una realtà piuttosto che a un’altra.

Ad un tratto si è deciso di credere al postulato dell’oggetività delle cose e sostituire al mito la filosofia, alla filosofia la scienza, alla scienza la tecnologia, alla tecnologia la terapia farmacologica. Nel nuovo mondo la Matrix sarà fondata su vaccini, medicine, cure chimiche per mali che possono essere curati solo cambiando mondo, cambiando mente, riappropriandosi della propria radice immortale.

In questo nuovo mondo il materialismo si giocherà disperatamente le sue ultime carte. Ma ci si renderà conto presto che non si potrà più curare il corpo fisico, perchè gradualmente il corpo fisico non esisterà più nella mente collettiva. Non esisterà più questo concetto: poichè corpo fisico in sè stesso non esiste, esiste solo come coscienza e dunque l’unica medicina possibile, nel futuro, sarà quella della somministrazione di informazioni di verità. La medicina della coscienza.

Uscire dal Covid Uscire da Matrix

Quando guariamo da una malattia è perché abbiamo preso consapevolezza del suo messaggio. Di fronte ad una pandemia, non possiamo far altro che interpretare un messaggio non più in senso individuale, ma collettivo. Nella visione degli immaginalisti ogni evento è portatore di un messaggio, di un simbolo, di uno spirito. Guardando a quello che sta accadendo nel mondo come se fosse un grande Sogno che tutti stiamo sognando, possiamo, proprio come si fa nei sogni, interpretarne i simboli. Questo grande Spirito, che è messo sulla scena dal virus, attacca i polmoni. Nella medicina tradizionale cinese i polmoni sono legati alle relazioni con gli altri, allo scambio con l’esterno, al tema della nostra capacità di difenderci dall’altro. E’ probabile che a livello collettivo ci sentiamo stanchi di vivere all’interno di contesti relazionali basati sulla paura e sulle maschere? Avremmo forse bisogno di abitare un mondo più libero, dove sentirci con gli altri come tra fratelli senza più bisogno di doverci difendere?

La legge del paradosso vuole che l’isolamento sociale in questi tempi sia ai suoi massimi livelli. Il teatro della Matrix si mostra nella sua più vera faccia: l’altro è un nemico da cui stare lontani, da cui proteggersi e in più viviamo costantemente “mascherati”. Ma questo accadeva già solo che ora la realtà inconscia è diventata conscia e l’incubo si è materializzato. Si dice che quando un paziente sogna e dà corpo alle sue paure più profonde attraverso il simbolo ci si sta avvicinando alla guarigione e mi piace pensare che questa guarigione stia avvenendo a livello collettivo: la grande massa che si risveglia.

Gli altri simboli che sono apparsi in questo grande sogno collettivo sono il pipistrello e, recentemente, il visone.

Il pipistrello, sempre nell’immaginario collettivo, richiama il tema del vampiro. Ci sentiamo, forse, a livello di inconscio collettivo, risucchiati, sfruttati, vampirizzati? Questo sentire ha raggiunto il suo culmine e ne stiamo prendendo coscienza sempre di più. Ci sentiamo spremuti e depauperati della nostra energia vitale e della nostra passione (sangue).

L’ultimo simbolo che qui vorrei prendere in analisi è quello del visone. Il visone sempre secondo l’immaginario collettivo, rappresenta la prigionia e la perdita dell’istinto selvatico. La pelliccia, così come i peli, sono simbolo sia di selvatichezza che di capacità di proteggersi dall’esterno. In questo ultimo simbolo ricorre sia il tema del polmone che quello del vampiro.

Si aggiunge nel visone un ultimo simbolo che incarna una grandissima stanchezza sentita dal femminile: estrarre una pelliccia selvatica per farne una pelliccia da esibire come forma di vanità. La natura viene sfregiata, mutilata, scarnificata per rispondere ad un ideale di femmina addomesticata, controllabile e schiava di un ideale di bellezza imposto.

Prestiamo attenzione a quello che sta avvenendo leggendolo in questa chiave, perché ci sta dicendo molto sulla direzione che la nuova umanità dovrà prendere per liberarsi da ciò che l’ha resa schiava (siano essi demoni esterni o interni).

Fiamme gemelle e Tantra: un cammino di Amore Sacro

E’ stato già spesso messo in luce, come la coppia di Fiamme Gemelle ricalchi gli antichi miti e archetipi del matrimonio mistico e della coppia Tantrica.

L’evoluzione del percorso di Fiamma, porta molti a sentire di abbandonare la vecchia qualità del sesso per affacciarsi ad un modo di percepirlo del tutto nuovo.

Alla base del tantrismo vi è l’idea che, con l’attivazione del percorso di risveglio spirituale, la kundalini, che è un’energia divina, il primo principio di manifestazione terrena, cominci a “salire” sulla spina dorsale del praticante, entrando in relazione, piano piano, con tutti i centri energetici (o chakra), qui presenti. Il risveglio avviene quando la kundalini, attraversato tutto il corpo, esce dalla testa in una fontana di luce: qui si ha il compimento dell’illuminazione e il praticante entra nello stato di “piacere immoto” o “orgasmo cosmico”, vivendo l’estasi permanente, stabile e imperitura che scaturisce dall’unione con il divino.

Le coppie di Fiamme Gemelle ripercorrono la strada della coppia Tantrica.

In cosa si trasforma l’energia del divino femminile quando si sublima nell’unione tantrica?

Sel sentiero dell’unione tantrica il sacro femminile trasforma la passione e il desiderio sessuale in Creatività, il sacro maschile in piacere immoto e assenza di sforzo.

Una volta incontrato l’amato divino, molte donne sul sentiero della Shakti si rendono conto che non basta il desiderio ardente, non basta essere follemente innamorate: è necessario dare avvio ad un processo di trasformazione interna per divenire il vaso che può contenere la visione che emerge, il vaso che può essere l’Amata dell’Amato. Il desiderio del divino maschile, significa divenire divinità femminile incarnata. Sappiano che fino a che questo non accade il maschile stesso non potrà nascere alla sua natura divina ed entrare con noi nel Regno del divino, nell’estasi mistica, nel piacere immoto. Il divino maschile ha bisogno del suo canale, di un utero eterico che lo riporti alla carne: ha bisogno della Shakti.

Non è solo la creatura ad amare Dio, ma è anche Dio ad essere innamorato della sua creatura.

La Shakti è l’energia femminile creativa per eccelleza, è un potere creativo immenso, senza limiti, nè confini. Accompagnarsi a Shakti significa per una donna divenire partoriente del tempo, cioè battere il tempo attraverso la creazione, partorire ad ogni istante: entrare nell’attimo. La donna risvegliata, a differenza del maschio, ha un compito: quello di dare se stessa senza più limiti, confini, intralci dovuti al condizionamento sociale.

Fin da piccola la donna è repressa nella sua energia Shakti dalle stesse donne, matriarche di famiglie. Le madri e le nonne, hanno avuto paura di esprimere la propria Shakti e di conseguenza trasmettono, inconsciamente, alle discendenti la stessa paura che suona più o meno “Stai ferma lì, per carità, o ti farai male!”. La femmina cresce quindi ingessata in gonnelline di pizzo e abitini che le impediscono fin dalla prima infanzia il movimento libero e spontaneo. Muoversi, ballare, scatenarsi, non avere freni, urlare a squarcia gola, piangere, arrabbiarsi, godere del piacere del corpo, tutte manifestazioni della natura della Shakti, sono soppresse. La bambina “sente” che così non si fa, che le sarà tolta l’approvazione sociale e che verrà isolata dal suo clan se osa manifestare la propria energia divina naturale.

Quando sarà adolescente e poi adulta la bambina comincerà a manifestare i segni di quella repressione con instabilità dell’umore, irritabilità, depressione, noia, assenza di vitalità e di desiderio sessuale, paura e paralisi dovuta a clichè sociali. Una Shakti repressa e ignorata si esprime infatti così per tormentare la donna, si esprime lanciando le sue demonesse peggiori che gettano la donna nell’infelicità solo per incitarla a ribellarsi ed entrare nel suo potere creativo. Per questo l’innamoramento passionale è così necessario: l’incontro con l’amante divino, con il vero amore, con lo Shiva incarnato, porta la Shakti a risvegliarsi, porta la donna ad esplorare territori ignoti per quell’unico sogno di amore e unità, che lei sente ardere nel proprio cuore.

Qui però spesso la donna ricade nel tormento e nell’oblio: non accetta la chiamata del suo Shiva. Ripercorrendo i vecchi clichè trasmessi a livello transegenrazionale, la donna cede il suo potere al maschio e cade vittima dell’impotenza, così quell’impetuoso vento creativo che era sorto attraverso la chiamata erotica, si trasforma in paura. Una paura che lega, paralizza sè stessa al suo sposo, generando dipendenza e facendo cadere la coppia di innamorati nell’invischiante mente del mondo che, come la tela di un ragno, lega sempre più chi tenta di fuggire dalle sue maglie. L’amore cade così nell’oblio del tempo e perde il suo potenziale di risveglio. La riproduzione biologica assunta come unico fine della coppia di sposi è la finale ecatombe del vero potere creativo e della vera realizzionè del sè unico e fa sì che la ruota del karma si ri-azioni per un altro giro, fino a che arriverà un discendente talmente forte e motivato da spezzare la catena.

L’incontro con la Fiamma Gemella costringe, però, la donna ad un sentiero diverso. Il grande occhio che tutto vede e sa, e che è il vero regista dietro al teatro che si dispiega nella relazione con la controparte animica, non permetterà che si ricalchino i vecchi schemi. Shiva chiederà delle prove forti alla sua Shakti per vedere se può riconoscerla: le chiederà indipendenza e coraggio e lui, da parte sua, le prometterà, di non trasformarsi mai in uno zerbino, ma di lottare fino in fondo per preservare la propria libertà e selvatichezza (che è ciò che terrà la sua Shakti legata a lui). Shiva resterà sempre infatti un mistero insonabile per la sua amata, un rebus, qualcosa che la Shakti non riuscirà a comprendere mai fino in fondo, mancherà sempre un tassello, un pezzetto perchè la mente di lei non possa afferrarlo, contenerlo e decifrarlo completamente. In questo modo, in questo spazio lasciato vuoto, la Shakti potrà essere impeganta nel suo canto di creazione che è il motivo della sua presenza su questo piano di manifestazione e di esistenza: fluire in una creatività infinita, libera, ispirata senza altro scopo che il donare e il donarsi, omaggiando il suo sposo, il suo amante divino che c’è e non c’è, appare e scompare, come il balenio di un lampo che in un solo colpo, in un solo momento, rivela sè stesso nel suo fulgore per poi tornare a far parte del regno invisibile, così che lei possa sognarlo, immaginarlo, crearlo, per poi amarlo ancora, aiutandolo a manifestarsi.

Lo spazio d’amore vuoto (assenza di legame di dipendenza-attaccamento) lasciato dal Divino maschile alla sua Shakti è la tela bianca su cui lei si manifesta attraverso la creatività infinita.

Come sempre, la donna apre il cammino, la donna getta le basi del tempio e agisce sola e insieme al suo sposo (è infatti da lui guidata nell’ispirazione). Shiva, aspetta che lei sia pronta, poichè fino a quel momento, gli è impossible compiere la sua azione nel mondo. Solo se il canale di manifestazione è aperto e libero, Shiva può tornare sulla terra e farle dono del suo canto.

Il Tantra è il sentiero dell’illuminazione che si serve del vero amore erotico passionale per raggiungere la comunione con il divino. Chiunque si trovi sul percorso di Fiamme Gemelle si trova a percorrere questo antico, quanto mai attuale, cammino, l’unico che riporta al centro la forza dell’erotismo femminile e ne fa via di trasformazione e di manifestazione del divino maschile nel mondo.

Che possiate tutte divenire sagge, indomite praticanti del sentiero sacro, come infaticabili amanti ridestatevi al potere dell’infinita creazione, in onore e per amore del vostro eterno sposo!

Con amore e gratitutidine,

Irene Adi Rahimo Conti

>Ho scritto quest’articolo traendo ispirazione dal libro di Sally Hempton “Il risveglio dello Shakti”