Arkeodèas

Workshop a indirizzo immaginale

Intorno alla relazione tra visibile e invisibile ruotano grandi interrogativi filosofici. Le nostre credenze religiose separano il cielo e la terra, questa vita e l’altra vita, e il nostro pensiero filosofico divide la mente dalla materia: religione e filosofia hanno scavato un abisso tra visibile e invisibile. Che strumenti abbiamo per trasportare il non visto nel visto? O il visto nel non visto?

James Hillman


Arkèodeas è un’esperienza di viaggio per portare l’invisibile nel visibile, per dare forma all’informe, al non nato, a ciò che, dall’altra parte del velo, incessantemente ci sussurra all’orecchio parole di amore e consapevolezza.

La medicina della coscienza sarà la medicina del futuro. Detto in altri termini, l’unico modo che abbiamo per vivere una vita realizzata è quello di reintegrare le parti frammentate della nostra psiche somministrando un farmaco raro: la verità.

La verità è pura e semplice, ma non può essere trovata fintanto che l’essere umano non si fa canale per manifestare l’invisibile in questo mondo.

Un invisibile che chiede di essere solo riconosciuto per donarci, in cambio, ispirazione e realizzazione.

La realizzazione sta nel risveglio ai noi stessi, alla missione che siamo venuti a compiere, il risveglio sta nell’incontro con l’unica radice del tempo: l’immortalità.

…Se entri in questo mondo non troverai te stesso, perchè te stesso non esiste, tu sei il velo, sei la soglia, sei il passaggio e come tale non puoi fare altro che darti, danzando tra una dimensione e l’altra…

Un Workshop per sanare in profondità il femminile arcaico

La dimensione del sacro femminile non appartiene al genere femminile, appartiene a chiunque, è una dimensione di esistenza basata sulla compassione, la bellezza e la gentilezza.

Non sarà possibile al divino manifestarsi in questa terra se prima non guariamo il nostro femminile profondo, non permettiamo alla compassione di emergere e di divenire unico faro e luce per guidare le decisioni politiche, etiche, i valori morali.

La compassione non è tollerante proprio perché vuole tagliare le catene che legano gli individui ai pregiudizi, ai condizionamenti e alle limitazioni, affinché divengano liberi.

La compassione può divenire guerriera per difendere il diritto di tutti ad esistere come Anime di luce e non come strumenti in mano al condizionamento della Mente Sociale.

Il femminile arcaico ha oggi un profondo bisogno di essere guarito dallo stato di schiavitù, sottomissione, svalorizzazione a cui è stato sottoposto da secoli e secoli di violenza maschile e religiosa che lo hanno indotto ad una condizione cronica di colpa e martirio interiorizzato.

Le donne di oggi hanno la necessità di realizzare la loro Anima poiché da questo dipende la sopravvivenza stessa del Pianeta: la Grande Madre che attraverso le sue figlie, comincerà a guarire dalle sue ferite.

Proprio come sono stati riversati veleni, tossine, emissioni inquinanti, nell’ecosistema, lo stesso è stato fatto al corpo della donna che è una sola cosa con Gaia. Mente e corpo della donna sono avvelenati fin nelle più recondite profondità. La donna ha un urgente bisogno di risvegliarsi dalla fantasia romantica dell’amore che la induce in uno stato di torpore, dipendenza, bisogno e sottomissione. Ha necessità di guardare ai suoi talenti e di non cercare più al di fuori di sé la fonte della propria salvezza e del proprio senso di vita.

Spetta alla donna portare sulla terra il divino maschile, il maschio realizzato. Per rendere questa unione fondata sul matrimonio mistico possibile, deve prima guarire il suo terreno fino a farlo fiorire, fino a realizzarsi.

Il mito come codice dell’invisibile

….I miti scivolano nell’invisibile. Mostrano un viso ammaliatore, ma ciò che hanno dietro, quando li scrutiamo da vicino, svanisce. Non c’è più niente. Siamo smarriti nella foresta. …

Il mito, dicevano gli antichi, è ciò che non è mai accaduto, è ciò che accade sempre.

Le nuvole cambiano costantemente forma, assumono forme di streghe, angeli, ippogrifi…Sembrano tessere nel cielo il racconto del mondo….

Questo fa il mito. Il mito è e non è, viene plasmato, trasformato, scivola in versioni diverse, si fa cupo, si fa luminescente, è buono, cattivo, vero, falso…lascia sempre qualcosa di inafferrabile alla coscienza…e cos’è quel qualcosa? E’ l’invisibile stesso.

Il mito cresce in menti abituate a relazionarsi con gli eventi naturali come se fossero spiriti…con animali come fossero guide…con la terra come se fosse una Madre, con il cielo come se fosse un Padre…

Per questo i miti sgorgano con facilità nelle menti di esseri umani liberi e capaci di dialogare con le forze naturali. L’essere umano mitico sa che il suo corpo è solo un miraggio, che presto tornerà al fuoco, alla roccia, al vento e che sono proprio questi elementi a tenerlo unito. Senza la pioggia e il temporale il suo corpo si disgregherebbe, senza il sole appassirebbe. Le donne che danno alla luce figli, danno figli alla terra, all’acqua, al fuoco, dando alla luce la vita e insieme lo spirito che si fa carne, ma che è allo stesso tempo legato alla sua radice immortale e che quindi non ha alcun corpo, alcuna sostanza, appartiene allo scorrere delle cose.

Nel rimescolio e nel farsi e disfarsi delle cose esistono sostanze numinose e magiche che sostengono la vita e che da questa sono sostenute, disgiungersi da queste forze magiche sarebbe un’eresia, in grado di condurre l’uomo facilmente alla follia e alla dissoluzione.

Come si fa a tener vivo il rapporto con queste forse vivificatrici per ottenere da loro protezione e perché la vita continui a conservarsi? A queste forze si predispongono riti, sacrifici e si onorano attraverso il racconto mitico che le decodifica per portarle nella dimensione visibile. Nella dimensione visibile le forze vengono narrate, ma non imprigionate, perché un’idea, che è un Dio, riportata in vita attraverso il mito, porta di quel Dio, di quell’idea, il profumo stesso, ne è pervasa.

Il pensiero mitico è un pensiero che ha la saggezza di creare porte ed entrate per permettere alle forze magiche di passare e manifestarsi, è un modo per garantire un ordine e non permettere allo spirito della comunità di disgregarsi e cadere in mano alle forze della paura.

Non fare questo, non sacrificare, non officiare, non aprire le porte alla dimensione dell’al di là, non narrare, condanna la storia del mondo all’oblio.

La caratteristica del mito è l’oralità, nel mondo che precede la scrittura, l’essere umano è assorbito dal senso dell’udito, più che da quello della vista. Il nostro mondo di oggi si basa sul vedere, il mondo del passato si basava sull’ascoltare. Il senso dell’udito rendeva l’essere umano coesistente con la dimensione che lo ospitava che non veniva dissezionata e analizzata come accadrà poi entrando nel dominio della vista.

L’oralità ha anche la caratteristica di essere irrepetibile. Il racconto non scritto è un mutaforma, perché non è confinato nella pagina. Resta appannaggio dell’infinito, dell’incredulità e della meraviglia.

Il mito come chiave di guarigione per il femminile arcaico

Chi sono le donne del mito e quali storie raccontano?

Esisteva forse una saggezza nelle donne che ci hanno preceduto, in grado di lasciare chiavi di liberazione là dove meno uno se le aspetterebbe? Nella mia ipotesi, i miti contengono queste tracce poiché sono stati generati in un mondo libero e sono universali e atemporali, sono in grado di spezzare le catene della storia e restituirci rinnovate al mondo. Sono rivolti all’intero genere femminile. Sono transculturali e parlano direttamente all’inconscio collettivo. I miti sono in grado di trasformare il nostro DNA. Nati in una dimensione di tempo, sono stati generati per venire in soccorso alle donne di questo tempo, in una delle fasi più difficili della loro storia, dove occorre urgentemente una deprogrammazione dal mito sociale per un ritorno al mito naturale.

Quale strumento?

Non è sufficiente fruire passivamente la trasmissione del racconto: c’è bisogno anche di altro, uno strumento che faccia riportare ad una dimensione materica, istintuale e creativa, la narrazione del mito.

Il mediatore artistico è ciò che più avvicina la donna alla sua dimensione istintuale e sensuale. Non possiamo però utilizzare un mediatore artistico che necessiti di troppa tecnica, è indicativa un’arte di tipo figurativo che sia di immediato accesso a chiunque. Il collage si presta molto bene allo scopo, perché sono necessari materiali semplici, di largo consumo e spesso riciclabili. Si possono adottare, oltre ai ritagli di giornale, anche altre materiali come perline, tessuti, stoffe, conchiglie, bottoni e mano mano, nel corso degli incontri, inserire anche tempere, acquerelli, acrilici, ecc…

La cosa più importante è che la creazione resti il più possibile libera da ogni schema e ansia da prestazione. Non ci interessa creare nulla di tecnicamente perfetto, ci interessa esprimere un’emozione nella forma di archetipo.

Le immagini di arkeodéas sono uniche e allo stesso tempo, semplici, sono immagini di volti, abbinate a luoghi naturali, piante, fiori, animali, o altri elementi simbolici.

Queste immagini risultano fedeli riproduzioni di quello che è il terreno psichico della donna. Sono un’istantanea fotografica del loro mondo interiore, che si esprime nella forma di un archetipo.

Secondo le mie ricerche, esiste alla base di ogni patologia, sia essa psichica che fisica la narrazioe di un archetipo, che è immaginabile come una nota della scala musicale. Ciascuno di noi nel momento della sua nascita, ha l’impronta di un suono (o archetipo) che sarà chiamato a “narrare” in vita.

Questo perché gli spiriti amano farsi riconoscere in questo modo, raccontando la propria stessa vicenda, nel corpo e anima dei loro “prescelti”. Il trauma è spesso un’indicazione di ciò che è l’archetipo dominante che stiamo portando sulla scena. La strada è in realtà vedere secondo la logica del paradosso questo aspetto, l’archetipo (o archetipi) che ci governano ci danno una via d’uscita dal trauma e dalla recita nel momento in cui ne riconosciamo le fattezze e li “riesumiamo” dall’oblio della nostra stessa coscienza. Facendo così creiamo un pantheon psichico in cui ciò che ci ha fatto ammalare diventa il nostro nume tutelare, si trasforma nel genio, nel daimon.

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