Ecate la trivia: quando la terra non dà frutto

Una delle più antiche Dee della mitologia mediterranea, Ecate, è stata ed è tutt’oggi l’archetipo di Dea più scomodo con cui la cultura patriarcale si trova ad interfacciarsi. Ecate, in primo luogo, non è madre e in secondo luogo è una donna totalmente libera da relazioni, quella che la cultura popolare è stata condotta a definire con il termine denigratorio di “zitella”.

La donna sola e senza figli è una donna che nella nostra cultura di stampo profondamente patriarcale è avvertita come una distorsione nell’ingranaggio del sistema, come tale deve avere qualcosa che non va, non può aver scelto deliberatamente di rimanere nella condizione di indipendenza dai legami familiari, qualcosa dev’essere andato storto: è lei che ha scelto o non è stata scelta? Escludendo la prima ipotesi la cultura patriarcale punta il dito sulla seconda: è lei che non è stata scelta, poiché in lei c’è qualcosa che non va.

Così si attua un subdolo meccanismo denigratorio e svalutante di cui le stesse donne spesso sono le principali fomentatrici.

Questo produce anche un secondo effetto: dato che la cultura patriarcale non ha simboli per riconoscere questo tipo di donna, la donna Ecate diventa la donna demonio, la strega temuta e maledetta del MedioEvo. E’ molto frequente l’associazione tra donna e demonio nella cultura cattolica dominata dal patriarcato, poiché tutto ciò che esula dal simbolo di moglie e madre non ha una sua propria simbologia e diventa dunque una diavoleria, l’opposto etimologico di simbolo.

La stessa sorte la subiscono le donne divorziate, le donne amanti, le cosiddette “ragazze madri” che per quanto adulte non ricevono nella denominazione popolare il titolo di “donna”, perchè non hanno a loro fianco un uomo-padre che le faccia tali.

Si ritiene che l’unica via possibile per realizzare a pieno la femminilità sia il concepimento e la maternità, in realtà la dea trivia è una dea sterile che consapevolmente non dà frutto. Astrologicamente Ecate si lega alla luna nera, una luna che simboleggia il momento di stasi e riposo della terra.

L’omissione di questa Dea è connessa con lo sfruttamento massiccio della terra che viene forzata e violata nei suoi ritmi di stasi e concepimento.

La terra non è naturalmente sempre disponibile a dare frutto, ci sono lunghi tempi di riposo e attesa, in cui la terra deve semplicemente essere ciò che è: solo terra senza seme, terra senza lavoro produttivo. In questa stasi la terra è solo e semplicemente sé stessa.

La donna Ecate oggi è ancora oggetto di un pesante stigma sociale, ma lentamente sta avvenendo un movimento che conduce le donne sempre più a contatto con sé stesse e con la propria autenticità.

Ogni donna ha una o più dee che le scorrono nel sangue e in con cui potersi confrontare per allargare i propri orizzonti interiori di riferimento. In un libro che ci parla di futuro, Donne senza Dee di Matteo Pavesi, veniamo introdotti a questi antichi e dimenticati archetipi che ci parlano di noi molto da vicino. Ci sono le donne dee sposate e madri, le donne dee sacerdotesse, le donne dee sacre e guerriere. Tutte queste dee avevano una precisa collocazione nel Pantheon greco, che come rilevato da Hillman, è per noi un pantheon psichico, ed hanno una precisa correlazione con l’ordine cosmico ed astrologico.

Guardando troppo al Sole, ci siamo dimenticati della Luna, della Terra, delle Pleiadi e per quanto riguarda il maschile il discorso è lo stesso.

Tutte queste deità rappresentano la personificazione di un’energia ben precisa che ci accompagna da quando nasciamo e che segna molto profondamente la nostra storia.

Per chi volesse approfondire consiglio la lettura dell’ebook di Pavesi, Donne senza Dee, che ha il pregio di attualizzare queste dee mostrandoci come la loro antica energia riesca a trovare spazio ancora oggi, con fatica, in un tipo di cultura che le ha dimenticate, quando non addirittura ripudiate ed estromesse dalla storia.

 

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Il ritorno delle Dee, il ritorno della Pace

E’ in atto una catastrofe.

Come per tutte le cose, anche per la parola catastrofe possiamo ricavare una grande ispirazione nell’andare alla ricerca della sua etimologia. I significati più profondi delle parole sono infatti nascosti nelle radici e, ancora prima, nei suoni delle parole stesse.

Catastrofe per me è una parola bellissima, solo il suo suono già esprime molto del suo significato.

Noi pensiamo che catastrofe significhi rovina, la fine di tutto, ma invece significa stravolgimento, capovolgimento.

E pensate: il termine greco strophè  indica l’atto di volgersi, poiché gli antichi quando cantavano gli inni davanti all’altare degli dei, si giravano prima verso destra e poi verso sinistra (antistrofe) a imitare il moto orario ed antiorario dei cieli. Tutto per l’uomo antico trovava una collocazione cosmica.

Cata-strofe significa letteralmente volgere sotto, verso il basso.

Rivolgersi verso il basso.

Quindi abbiamo nella strofa e nell’antistrofa il cielo, nella catastrofe, la terra.

Questo legame tra il capovolgimento e la terra, l’andare sotto, è parecchio calzante. E’ dalla terra che arriva infatti l’energia nuova, in grado di abbattere e stravolgere il vecchio e far sorgere il nuovo.

Ora, secondo me, abbiamo dato troppo spazio al Cielo, a livello teologico e spirituale intendo, e ci siamo proprio dimenticati della Terra.

La Catastrofe che stiamo vivendo ci sta portando a rivolgerci nuovamente verso il basso per far riemergere dalla Terra l’energia nuova.

Secondo le sapienti simbologie antiche, il Cielo era Padre, la Terra era Madre.

In queste simbologie è veicolato un sistema compiuto di energia-coscienza. Possiamo dire di essere stati imbevuti fino in fondo nell’energia del Dio solare, ma cosa ne è dell’energia coscienza, delle dee lunari e telluriche?

Questo è un pezzo di noi che non ha trovato modo di farsi simbolo e ciò che non è simbolo è il suo opposto etimologico: diabolico.

Diviene diabolica e perturbante una forma coscienza che non ha potuto definirsi entro una cornice di senso compiuto, attraverso il simbolo.

Perse le dee abbiamo perso il corpo, l’intuito, l’istinto, la sensualità e anche la possibilità di dare senso alla dimensione dell’oscuro, all’interfaccia con la morte, una catastrofe in quanto capovolgimento e ritorno alla terra, rinascita e trasformazione.

Non solo: perse le Dee abbiamo perso la gioia e la pace, poiché delegando il nostro unico riferimento teologico al mito del Dio Solare abbiamo creato un individualismo ipertrofico e una società essenzialmente fondata sulla guerra, sul modello vincitori-vinti.

Ripopolare il pantheon attraverso le antiche forme-coscienza che le dee personificano significa ridare equilibrio al nostro corpo, riportare il sacro nel corpo e ricucire questa spaventosa dualità tra spirito e materia che tanto ci ha danneggiato.

Significa altresì la possibilità di fondare una società basata sulla cooperazione, la condivisione e l’uguaglianza, non perchè sia moralmente giusto, ma perchè è divenuto necessario e urgente ai fini della nostra stessa sopravvivenza fisica e spirituale su questo pianeta.

Ricondurre le dee cacciate via dal Pantheon in noi significa in una sola parola la possibilità della nostra salvezza e rinascita in un mondo nuovo e pulito.

La Guerra è finita,

che sia la Pace.

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Sul coraggio

Il coraggio è la cosa più importante che ho a disposizione per fare quello che faccio, che è essenzialmente provare a creare qualcosa che sia specchio fedele di me stessa e del mio modo sentire.

A volte fare quello che faccio è una vera e propria necessità, nel senso dell’ananke greca, una divinità primigenia e antica a cui nemmeno gli dei potevano sottrarsi. Ananke è abbastanza severa e spietata e a volte ti forza a fare quello che devi fare e non ti lascia in pace fino a che non lo hai fatto. Avete presente la sensazione? Non è una bella cosa, ma ti aiuta davvero molto a sviluppare il coraggio.

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Il coraggio, credo nessuno se lo trovi lì per diritto di nascita. Tutti in qualche modo ce lo dobbiamo costruire piano piano nel corso della vita. Il coraggio per me non è una cosa attiva o eroica, ma una cosa passiva, nel senso che me lo costruisco a partire dalla paura. Per questo, un elemento fondamentale del mio coraggio, è l’attesa: agisco quando mi sento pronta, ma non prontissima, mi forzo, ma al punto giusto, cerco di andare oltre i miei limiti, ma mi rispetto. Rispetto le mie giornate no e le mie parti più deboli e vulnerabili, cerco di accudirle come posso, ma poi faccio come si fa con un bimbo che ha paura a tirarsi in acqua, a un certo punto lo si immerge almeno fino a metà, perchè l’acqua all’inizio è gelida, ma poi ci si sta da Dio.

Si ha la sensazione di vivere sul limite, di camminare su una corda o di zampettare sui carboni ardenti, però è in questo orlo che ci si misura, pelle a pelle, con la paura, è solo in questo modo che la paura si trasforma, fino a che capisci che è la tua alleata migliore e inizi perfino a volerle bene.

In quante avventure la paura mi ha accompagnata come una fedele compagna e se ce l’hai in fondo vuol solo dire che sei vivo e stai facendo la cosa giusta, la cosa che vuoi.

Ananke la necessità, il destino, la forza, non è mica una dea facile…ma è una dea giusta e, in fondo, la maggior parte degli dei  sono così: dei cazzuti rompiballe! Nel giusto e nel necessario non sempre c’è lo stare bene, comodi comodi, e con il pigiama addosso, nel giusto ci può essere benissimo il cagarsi sotto e perdere intere notti di sonno. Ci sono dei e dee che sono dei tormenti, ti stuzzicano, ti irritano, fino a che non ti dai una smossa e non ti butti nell’acqua ghiacciata.

Siamo come pesci che sguazzano senza posa sospinti dalle correnti fredde e se ci spiaggiamo sulla riva come grasse e pasciutissime foche, vuol dire, probabilmente, che siamo morti. 🙂

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What Happened Miss Simone?- E’ possibile vivere al ritmo della propria anima?

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Un paio di volte, sul palco, mi sono sentita davvero libera ed è tutta un’altra cosa! E’ davvero tutta un’altra cosa! Come se tutto…se tutto…Ti dico cos’è la libertà per me? L’assenza di paura. Intendo, davvero: niente più paura. Se potessi viverlo per metà della mia vita: niente – più –  paura.                                                                                                    Nina Simone

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Il quinto elemento: la dimora del pensiero

Nell’esplorazione dei centri energetici del proprio corpo (chakra), il meditatore, procedendo dal basso verso l’alto, incontra i vari elementi primordiali collegati a ciascuno di questi centri energetici. La terra per il primo chackra, l’acqua per il secondo, il fuoco per il terzo, l’aria per il quarto. A questo punto si abbandona la realtà del regno tangibile per entrare nelle dimensioni superiori degli ultimi tre chakra più alti, in corrispondenza di gola, terzo occhio e sommità del capo.

Gli elementi che conosciamo e di cui possiamo fare esperienza nella vita di ogni giorno lasciano spazio, adesso, a forze invisibili: l’etere, il pensiero, la consapevolezza universale.

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