La parabola dei talenti

La parabola dei talenti è una parabola di Gesù narrata nel Vangelo secondo Matteo 25,14-30. Per chi non si ricordasse la parabola, essa narra di un Signore che parte per un lungo viaggio lasciando al primo servo, il più meritevole, cinque talenti, al secondo due e al terzo un talento.

Al suo ritorno loda il primo e il secondo servo perchè hanno fatto fruttare i loro talenti raddoppiandoli. L’ultimo servo, invece, dice di avere avuto paura del Signore e di aver pertanto sotterrato il suo unico talento: <<so che sei un uomo duro, che mieti dove non hai seminato e raccogli dove non hai sparso>>. Il Signore allora rimprovera duramente il terzo servo, privandolo del suo unico talento, che viene elargito al primo servo <<perché a chiunque ha sarà dato e sarà nell’abbondanza; ma a chi non ha sarà tolto anche quello che ha>>.

Questa parabola a mio avviso si ricollega al tema espresso, sempre in Matteo, nei versetti  14-16:

14Voi siete la luce del mondo; non può restare nascosta una città che sta sopra un monte, 15né si accende una lampada per metterla sotto il moggio, ma sul candelabro, e così fa luce a tutti quelli che sono nella casa. 16 Così risplenda la vostra luce davanti agli uomini, perché vedano le vostre opere buone e rendano gloria al Padre vostro che è nei cieli.

 

light in darkness

Il terzo servo nascondendo il talento sotto la terra fa come colui che accende la lampada per metterla sotto al moggio invece che disporla sul candelabro, a cosa, o a chi, servirà la sua luce?

Il servo in questione viene apostrofato dal suo Signore come “malvagio e pigro” e gettato nelle tenebre dove sarà <<pianto e stridore di denti>>.

Per comprendere la parabola attraverso la luce della nuova coscienza è bene partire da un’osservazione filologica. La parola “peccato” in ebraico, la lingua parlata da Cristo, viene tradotta con il termine “Khe’dè” che significa “trauma” o “blocco”.

Il nostro caro servo commette peccato e viene gettato nelle tenebre, per risanare il suo stesso trauma. Non è, difatti, forse a causa di un blocco, di un trauma, che, poco a poco, nascondiamo la nostra “brillantezza”?

La remissione dei peccati altro non è, probabilmente, nel linguaggio biblico originario, la guarigione dal trauma.

Poniamo per un momento che il Signore della parabola rappresenti il sé superiore e il servo quello inferiore…potremmo allora trasformare la parabola nella messa scenica di due parti scisse di noi che entrano in conflitto. Siamo noi che ci gettiamo nelle tenebre del dualismo e della separazione dal nostro nucleo, dal nostro fuoco centrale, poiché abbiamo sotterrato la nostra lucentezza, abbiamo posto la lampada sotto al moggio. L’abbiamo fatto perchè, come si esprime il servo, abbiamo avuto paura del nostro sé superiore che “miete dove non ha seminato e raccoglie dove non ha sparso”. Quest’ultima espressione indica probabilmente la paura dell’uomo di fronte alla bizzarria di alcune leggi universali che si contrappongono a quelle finanziarie ed economiche. Il sé superiore infatti genera e moltiplica l’abbondanza senza bisogno di sottostare alle usuali logiche economiche..per questo può mietere e raccogliere anche se non ha seminato. Difatti i talenti del primo e del secondo servo, una volta moltiplicati, vengono donati, implicitamente, ai due servi: <<a chiunque ha sarà dato e sarà nell’abbondanza>>. L’accorgersi di una tale legge sovrannaturale, può creare un blocco, un trauma, e condurci a nascondere la nostra luce per paura dell’abbondanza repentina, imprevedibile e incontrollabile che ne potrebbe scaturire.

Ma il nostro saggio sé superiore ci permette, a questo punto, di entrare nella valle del pianto e dello stridore di denti, dove sarà possibile, redimere i nostri peccati, ovvero condurre a compimento la guarigione del nostro trauma e permettere ai nostri talenti di moltiplicarsi come per legge divina.

A Laura piace pensare (è uno dei suoi segreti più gelosamente custoditi) che anche lei abbia un pò di brillantezza, appena una traccia, sebbene sappia che la maggior parte delle persone se ne va in giro con simili speranze chiuse dentro come tanti minuscoli pugni che non vedono mai la luce.

Michael Cunningham, Le Ore.

 

 

 

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