Quando le donne suonavano i tamburi

Appena pubblicato dalla collana “Le Civette” delle edizioni Venexia un classico sul Sacro Femminile, Quando le donne suonavano i tamburi di Layne Redmond. Un libro che chi studia e ama queste tematiche attendeva da tempo. Una storia spirituale del ritmo, come lo definisce la stessa autrice nel sottotitolo.

Ed è una storia tutta al femminile, sconosciuta ai più come tutto ciò che non stato narrato in quella ufficiale, maschile e patriarcale. La bella storia di un mondo in cui il Divino si esprimeva attraverso le donne e il loro corpo sessuato sacro, specchio e forma di una natura essa stessa femminile. Un mondo che arriverà fino all’avvento del Cristianesimo per poi riemergere dopo duemila anni.

E’ la storia del “tamburo a cornice”, uno dei più antichi strumenti musicali conosciuti, tuttora diffuso in quello che resta di una koinè mediterranea che dalla Penisola Iberica arrivava fino all’India. Uno strumento molto simile a quello ancora usato dallo sciamanesimo siberiano per indurre la trance estatica nei riti di guarigione. E’ la storia di un aspetto rimosso e dimenticato del patrimonio spirituale delle donne, le prime suonatrici di tamburo, le uniche ad averlo suonato per millenni, dalle caverne sacre dell’Europa antica fino ai culti misterici di epoca greco-romana. La proibizione successiva dell’uso del tamburo nel mondo religioso, soprattutto se suonato da mani e danzato da corpi di donne, segna uno spartiacque del processo di negazione dell’autorità femminile nel mondo occidentale.

Il mondo è ritmo, la Natura è ritmo, il ritmo è nelle cose, nella vita, che nasce e si evolve con il ritmo, e il corpo delle donne, con il suo mestruo mensile e le sue gravidanze è specchio di un ordine, non solo della luna, ma anche del sole e degli astri in generale.

Il libro introduce alla storia del Sacro Femminile e al culto della Dea con un excursus chiaro, lineare e un ricco apparato iconografico. Ci racconta di questa Dea dai mille nomi, Hathor, Iside, Astarte, Inanna, Afrodite, e poi Cibele, Artemide, Arianna, tutte dee storiche discendenti da una sola Grande Dea mediterranea, un archetipo risalente al Paleolitico che univa Europa e Asia nell’adorazione di una Madre Divina. E i rituali a questa Madre di Tutto erano celebrati soprattutto da donne che suonavano il tamburo rinnovando il legame fra le comunità umane e la Terra genitrice.

Il ritmo è giorno e notte, lavoro e riposo, stagioni, vita e morte, decomposizione e rinascita, e l’umanità è sopravvissuta grazie alla comprensione di questi cicli, di queste alternanze. Il mondo antico, giunto fino a noi attraverso il mondo contadino, ha una visione magica di ciò che lo circonda e che parla attraverso simboli, per noi ormai privi di significato ma che hanno attraversato la storia, e molti di questi simboli si riferiscono ad archetipi femminili che l’autrice vuole farci recuperare. Il battito profondo del tamburo è un’eco del battito del cuore umano che si sincronizza con il resto del cosmo.

Questo potente strumento, sacro in mano alle donne e solo a loro, ha la forma e le dimensioni di un setaccio per i cereali, e la Dea è Demetra, ed è tondo come la Luna e come il ventre gravido o come il seno, e la Dea è Hathor e Iside, ed è spesso rosso, colore del sangue, o verde, il colore della vegetazione, perché la Dea protegge anche le piante (Potnia phitòn) e con esse cura i mali del corpo e dello spirito. E sono dee coloro che hanno insegnato agli uomini a parlare e a fare musica, Inanna tra i Sumeri, le nove Muse in Grecia.

E’ un tamburo a cornice, nelle diverse culture mediterranee, a vibrare per risvegliare la vita nei semi del grano che si trovano nella terra, a risvegliare la sessualità femminile che allora era sacra, ad accompagnare i riti della nascita e del parto facendo contrarre l’utero. E sempre il tamburo suonato da donne caccia gli spiriti maligni creando uno spazio purificato, aiuta a dare il tempo al lavoro e alla fatica umana, unisce e tiene coeso il gruppo (perché nelle culture arcaiche l’individuo non esiste).

Fino all’avvento del Patriarcato le donne sono state le guide spirituali delle comunità, e le dee e le sacerdotesse di epoca storica sono spesso raffigurate proprio con in mano un tamburo a cornice per sincronizzare mente e corpo. Le nostre antenate sono consapevoli della potenza del loro corpo e in grado di sincronizzare fra di loro i cicli mensili e le gravidanze. Le donne conoscono il ritmo e il tempo, lo vedono sui propri corpi, e imparano i ritmi dei cereali, che crescono anche essi in un grembo oscuro. E il tempo non è come il nostro, lineare, con un inizio e una direzione, ma è ciclico anche esso, torna sempre da capo, come il serpente che si morde la coda, altro simbolo femminile. Sono sempre le donne ad impastare la farina, a farla gonfiare con il lievito per creare pani anche loro rotondi, da cuocere in forni che ricordano l’utero della Dea e che sono localizzati all’interno di templi religiosi. E rotondi, come i tamburi, sono i vasi di ceramica, che sempre le donne hanno inventato, e questa forma è tonda come l’uovo, universalmente segno di vita e di rinascita. I nostri antenati e le nostre antenate osservano, ascoltano, confrontano con occhi ammirati e timorosi la realtà che li circonda, e forse proprio ascoltando il canto degli uccelli sempre le donne inventarono la musica.

Dalla luna i popoli arcaici credevano provenisse il miele, e spesso un altro dei simboli della Dea è l’ape regina: in epoca storica le melissae erano le sacerdotesse di Demetra, Rea e Cibele. Ciascun attributo della Dea rappresenta un mezzo per comprendere la realtà e il modo in cui essa si struttura in questo mondo.

Molto interessante la parte dedicata allo yoga, che l’Autrice lega come origine a questo contesto sacrale e culturale: la ricerca di armonia fra corpo, mente e spirito, e tra la dimensione individuale e quella universale è la stessa che guida i mantra e il più famoso di essi, l’OM, simile al ronzio delle api (animali di grande valore nella simbologia indù).

L’excursus dei diversi simboli nel corso delle diverse civiltà storica è avvincente e si conclude con l’avvento del Cristianesimo, in cui il tamburo a cornice viene espulso dalla cornice sacrale per entrare in quella profana (e solo nel tardo medioevo) dei balli e dei canti d’amore. I culti diventano per voce sola, preferibilmente maschile, troppo conturbante una voce e un corpo femminile che ondeggia al ritmo di un tamburo, le cui vibrazioni rinviano ad una potenza temibile.

Ma la Dea è troppo potente nel mondo mediterraneo per soccombere a un Dio Padre e Figlio al tempo stesso, e si fa spazio con dolcezza e forza al tempo stesso: i suoi simboli verranno risignificati nel modo a noi più noto. La colomba di Afrodite, le corna lunari di Hathor-Iside-Artemide, il serpente, la rosa diventano altro, a lei passano definizioni rituali come “Regina del Cielo” già di Inanna. Le litanie di Iside diventano mariane, da intonare sgranando il rosario, altro oggetto rituale di forma circolare sopravvissuto nei rituali indù.

La forza del tamburo, la capacità di eccitare i cuori diventano pertinenza del mondo militare, stimola alla guerra e accompagna i condannati a morte. Sopravvive nel mondo popolare sulle sponde del Mediterraneo, che ne ha sempre mantenuto il carattere vitale e di guarigione: pensiamo al fenomeno del Tarantismo studiato dal grande Ernesto De Martino.

Nell’ultima parte l’autrice propone nuovi riti di rinascita di una spiritualità basata su parole, pensieri, sentimenti declinati al femminile per riconciliarci con la potenza del nostro corpo, che è bello, buono, capace di dare vita, amore e armonia. Un corpo che ha un ritmo e che sa comunicarlo, attraverso il suono del tamburo a cornice, alla propria comunità. Che sa nutrire, curare.

E’ un corpo bello perché la Natura è bella, armonico perché lei stessa armonica, un corpo potente che il patriarcato cercherà in ogni modo di frenare, limitare, dominare, annientare. Ritrovare il suono del tamburo è ritrovare una parte di noi stesse, assopita da troppo tempo. L’autrice dedica questo libro a tutte noi, ricordandoci che riusciremo a sopravvivere come genere umano solo se sapremo riconnetterci a valori femminili di compassione e guarigione, di cura, di protezione, di nutrimento, di considerazione per la sacralità di ogni forma di vita.

Anna Perenna

Salvatora Marzo e il principio della magia naturale

Salvatora Marzo è una terapeuta del rito coreutico musicale e cromatico della taranta. Per la precisione, Salvatora, detta Tora, suona, nel gruppo dell’orchestrina di Nardò, il tamburello a cornice.

Un’immagine, quella della Marzo, profondamente evocativa di quel mondo nascosto, sommerso, invisibile che è stata la dimensione delle guaritrici popolari del Mezzogiorno.

<<Tora>> non guariva soltanto attraverso la musica, ma anche attraverso la <<magia popolare>> trasmessa da Nonna Antonia.

Era una <<aggiustaossa>>, una levatrice, un’erborista naturale.

Curava attraverso una tradizione che si trasmetteva per via matrilineare e che si avvaleva dell’utilizzo di formule, pozioni <<sanapiaghe>> composte in particolare da erbe e albumi, orazioni e unguenti.

Tora era un punto di riferimento per la comunità, onorava e custodiva il servizio a quest’Opera antica, che nonostante l’avvento del paradigma materialista e riduzionista, continua a coesistere, nascosta e silente, anche nella modernità, dando sollievo al corpo attraverso la cura dell’Anima.

Per comprendere l’Universo della Magia Naturale è necessario tornare un pò indietro nel tempo, fino a raggiungere quel mondo pre patriarcale dell’Antica Europa, dove esisteva un culto molto particolare e sentito che era il culto della Dea Madre.

Questo tipo di culto si avvaleva di una leadership spirituale a prevalenza femminile, dove il ruolo del maschile era quello di <<custode>>. La donna, infatti, facendosi <<canale>> ed intermediaria tra il Mondo visibile e quello invisibile, transitava in dimensioni alterate di coscienza dove la compagine ordinaria dell’io si allentava e durante le cerimonie collettive, vi era la necessità di figure di protezione.

Le <<invasate>>, di cui rintracciamo le vestigia in alcuni rituali ellenici come quello delle menadi, delle baccanti dionisiache, si facaveano <<vaso>> per accogliere e contenere il soffio della divinità.

Grazie a questa capacità di transitare tra i mondi, erano spesso le sacerdotesse, gli oracoli da cui ci si recava per ricevere vaticini e profezie.

Sembrerebbe proprio che la capostipite simbolica del genere umano sia proprio una sciamana, che convogliava nella sua persona il potere, tra gli altri, del metamorfismo, ovvero quello di “mescolare” la propria coscienza con quella di piante, animali, minerali. L’arte della guarigione attraverso la pratica erboristica antica, derivava proprio da questa capacità di sentire <<come se>> si fosse quella stessa pianta, accordandosi alla sua anima-essenza.

In questo modo si comprendevano nel profondo le proprietà delle stesse piante medicinali perchè si diveniva una sola cosa con queste. La magia naturale infatti si fonda sul pensiero analogico, un pensiero simile a quello onirico che funziona per analogie e assonanze e non per concatenazioni logiche. In questo tipo di coscienza analogica, il pensiero era magico simbolico, l’approccio al malessere poetico e il malassere, la malattia stessa, una manifestazione dello Spirito che chiedeva di essere pacificato attraverso il rituale. Il rituale conduceva dentro a un tempo senza tempo, a contatto con un adesso arcaico eppure sempre attuale, dove si ricevevano immagini, epifanie, simboli che conducevano a tramutare lo Spirito adirato (la Malattia) in un Alleato di Potere, uno Spirito protettore.

Anche qui si possono osservare processi di identificazione e osmosi con lo Spirito, con l’Animale di potere di cui le antiche sciamane potevano portare le pellicce sul corpo. La strada di trasmutazione non era quella dell’opposizione alla Malattia, ma di un ascolto così profondo della Malattia che si diveniva una sola cosa con lo Spirito della Malattia stessa. Tutto questo è possibile perchè la Dea è immanente e in ogni cosa.

Il principio della Grande Madre è questo: Una e Molteplice, Vuota e Piena, in tutte le cose e in nessuna. Così le sue figlie, vivono il divino e il sacro in una dimensione quotidina e familiare, lo rintracciano e contattano attraverso le arti antiche, il tessere e filare, il cucire, il cucinare, produrre oggetti artistici, coltivare le proprie piante medicinali, confidarsi e ridere con le altre donne.

La Dea, lungi dall’essere scomparsa, si è solo nascosta in ciò che è più piccolo, più umile. Lontana dalle luci della macro storia, convive con i suoi figli e le sue figlie nella vita di tutti i giorni, nella semplicità del quotidiano, nel fare semplice, nel mettersi a servizio della propria comunità, portando a chi soffre il sollievo in un unguento fatto a mano, un pane cotto nel proprio forno, una visita in grado di rallegrare l’animo.

In queste figure di donne, come quella di Salvatora Marzo, la vediamo rilucere la sua impronta fatta di gesti sapienti eppure semplici, antichi eppure eterni e intramontabili.

Per approfondire si consiglia:

Salvatora Marzo. Biografia di una guaritrice. Con CD-Audio.Un libro di Ornella Ricchiuto pubblicato da Liquilab nella collana La zattera di pietra.

Le tarantate : tra eros, mito e magia

Questo progetto ha iniziato a prendere forma nel 2018, quando Elena Verri, di origine paterne salentine, ha realizzato una mostra di opere grafiche e scultoree sul tema del Salento, a Ginevra (Svizzera).

Un monologo, scritto e interpretato dall’artista, è stato rappresentato nello spazio espositivo.
L’insieme dei lavori è nato dalle osservazioni durante i soggiorni nel Salento dell’artista, dalle sue ricerche sulle leggende e i rituali di guarigione di quella terra.

L’incontro con l’antropologa Irene Conti ha dato un nuovo soffio al progetto, ha permesso di approfondire le tematiche legate ai miti, alla magia, alle origini della cultura popolare salentina. La connessione tra le due donne è stata immediata e naturalmente è nato il connubio conferenza-spettacolo.

Le riflessioni dell’antropologa sul tarantismo, esposte nella conferenza, si appoggiano sulle ricerche di studiosi effettuate sul campo e si ampliano con une personale interpretazione del fenomeno.

Il monologo dell’attrice dà voce a una realtà vissuta dal mondo contadino salentino nel secolo scorso, incarna la difficoltà e la bellezza dell’essere donna in quella terra e in quell’epoca.

Il mondo magico e il fenomeno del tarantismo
di Irene Conti

La conferenza intende addentrarsi in un viaggio alla scoperta delle suggestioni che riecheggiano intorno al fenomeno della taranta salentina. Retaggio di un’epoca in cui il cui confine tra esseri umani e natura appariva sottilissimo, quasi invisibile, questo particolare fenomeno inscenava, secondo l’antropologo De Martino, un dramma, una «crisi della presenza» dell’uomo di fronte alle forze incommensurabili e incontrollabili della natura.
Da un’altra prospettiva complementare, il mettere in scena una simile ritualità da parte, per la maggioranza dei casi, di tarantate donne, poteva avere una funzione liberatoria dai ritmi ossessivi del lavoro nei campi e rinsaldare il legame con la natura, con la terra, attraverso un simbolo, come quello del ragno, legato ad un archetipo antico e transculturale.
Nella conferenza porto avanti un tentativo di comparazione tra il tarantismo e alcuni tratti caratterizzanti lo sciamanesimo, facendo riferimento alla suggestione, già intravista dallo stesso De Martino, che ricollega il fenomeno salentino ai misteri dell’antica Eleusi.

Cesare Ripa, Iconologia, Padova 1630

Tarantole e donne
di Elena Verri

Siamo in un paesino della Grecìa salentina, nella seconda metà del `900. Un mondo contadino umile, fatto di privazioni e fatica ma dove la vita è musica: la voce del vento, il coro delle cicale, i canti che ritmano il lavoro nei campi di tabacco e gli strornelli amorosi, il battito del tamburello dei rituali di guarigione delle tarantate, avvelenate dal ragno.
Una donna racconta l’infanzia e la gioventù vissute nel paesino fino alla sua «guarigione» dopo il morso della taranta. E canta le melodie della sua terra.

Irene Conti, antropologa culturale, scrittrice, operatrice olistica

Il mio daimon ha cominciato a chiamarmi molto presto attraverso una passione precoce per la scrittura e la lettura.
Durante la formazione classica, ho iniziato ad
approcciarmi agli studi sulla cultura greca antica. In questi anni nasce la mia passione per l’antropologia.
Mi sono laureata in Discipline demo etno antropologiche, nel 2008, con una tesi intitolata Verso la fondazione dell’uomo intero, che offriva un tentativo di recupero di una visione olistica e integrata dell’essere umano.
Il mio percorso universitario di specializzazione in Antropologia Culturale mi ha spinto, poi, ad incontrare gli studi sulla complessità e, in particolare, le indagini sulla coscienza in rapporto alla fisica quantistica.
Questa ricerca è confluita, nel 2012, nella tesi specialistica Da Bateson al Quantum Bit: per un’epistemologia della complessità, pubblicata, poi, dall’Università di Pisa in Lab’s Quarterly, Quaderni di Ricerca Sociale.
Ho, in seguito, cominciato un lavoro di approfondimento sulla relazione Mente/Materia, sciamanesimo e mitologie comparate attraverso il blog fisica della coscienza, che ho fondato nel 2016.
Sempre nel 2016 ho iniziato a divulgare le mie ricerche attraverso seminari e workshop, avvicinandomi agli studi sul matriarcato e sul femminile sacro.
Nel 2022 pubblico <La dea triplice>, che esplora l’archetipo dell’antica Dea Lunare, Ecate, attraverso tre storie parallele.
Ad oggi, avverto sempre di più la necessità di uscire da un linguaggio di appannaggio accademico per esplorare determinate tematiche legate al «Sé» e al femminile arcaico, attraverso un connubio con i canali dell’espressività creativa.
Da questa esigenza nasce la collaborazione con l’artista Elena Verri all’interno del progetto <Tarantate: tra eros mito e magia>.

Elena Verri, attrice, cantante, scultrice

Ho trascorso la mia infanzia tra Italia e Svizzera, fantasia e rigore, coltivando sogni, creando mondi, disegnando, inventando storie che mettevo in scena. L’immaginazione era il mio motore e l’arte in tutte le sue forme ciò che più mi faceva vibrare.
Oggi non è cambiato quasi nulla : l’amore per l’arte e per la vita, che è l’arte suprema, mi protende in avanti con il cuore aperto. Oggi ho solo qualche anno in più ma lo stesso desiderio di scoprire, imparare e creare.
Ho conseguito un diploma di attrice al Conservatorio di Losanna (Svizzera), sezione professionale di arte drammatica.
Durante gli studi mi appassiono anche per la scenografia, i costumi, le maschere e soprattutto il canto. Dopo il diploma continuo a studiare canto lirico.
Contemporaneamente completo la mia formazione in arti plastiche presso studi di artisti in Svizzera, Francia e Italia.
Nel 1995 espongo per la prima volta i miei lavori in una mostra a Ginevra. Poi seguiranno mostre personali e collettive in Svizzera, Francia e Italia.
Nel 1991 è iniziata la mia carriera professionale di attrice-cantante. Ho partecipato a produzioni teatrali e musicali, sia del repertorio classico che contemporaneo in Svizzera e in Italia. Dal 2001 creo i miei spettacoli di cabaret-café chantant, sola in scena o in duo con vari musicisti. Nel 2006 nasce il duo Les Sulfureuses con Coralie Desbrousses, attrice e trombettista e nel 2019 creiamo la nostra compagnia Coralena con sede a Ginevra.
Dal 2020 vivo in Versilia, un sogno diventato realtà, dove il mio percorso artistico continua la sua espansione.
Una delle mie fonti d’ispirazione è la mitologia. L’opportunità di collaborare con l’antropologa Irene Conti ha radicato sogni e intuizioni artistiche nella realtà della storia umana.

DATE 2025

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Sciogliere i blocchi karmici e i contratti animici

In questo articolo parlerò di una delle energie maestre che si canalizzano con molta frequenza durante le letture o canalizzazioni dei registri akashici.

Sto parlando dei Maestri legati al raggio verde. Questo raggio ha una funzione molto potente. Innanzitutto, sappiamo che la frequenza del colore verde è legata al cuore e in particolare all’energia del cosiddetto toroide. La guarigione e liberazione definitiva si raggiunge solo passando dal cuore, purificando quest’organo a livello fisico e sottile. Il chakra del cuore è collegato infatti alla quarta dimensione che è una dimensione ponte, si parla per questo di passaggio dalla terza alla quinta dimensione. La quarta dimensione è come il nostro ascensore, o come un portale, unica via di accesso al mondo sottile. Il contatto con la dimensione sottile, quella dell’Anima, è possibile solo a patto di aver purificato il cuore, a tal punto, che il suo peso, come vuole la dea egizia Maat, abbia lo stesso peso di una piuma.

Nel mondo dei registri Akashici uno dei Maestri deputato a lavorare con l’energia del cuore e con la sua frequenza è Hylarion.

Il Maestro Hylarion favorisce la guarigione a livello spirituale.

Tutti i disagi fisici e psichici, prima di riflettersi sul nostro sistema <<psicosomatico>>, hanno un’ origine che va fatta risalire al piano sottile o spirituale.

L’energia di questa Maestro favorisce il taglio dei legami karmici, dei patti animici, dei giuramenti e di tutti quei <<contratti>> che generano nodi e stagnazioni nel campo morfico, con conseguente liberazione dei blocchi sul piano fisico.

Ad esempio, possono esistere giuramenti a non praticare più magia naturale o intuitiva, fatti alla propria anima, magari in punto di morte, a seguito di persecuzioni, torture, morti violente.

Hylarion, sciogliendo il giuramento, può riportare l’Anima sulla strada della pratica, di modo che il suo dono spirituale trovi il modo di esprimersi.

La domanda che possiamo porre alla nostra parte intuitiva è, dunque: sento che qualcosa blocca il naturale fluire dei miei doni? Faccio fatica a individuare il mio dono e a vederlo manifestato nel mondo?

Lavorare con l’energia di Hylarion

Parola chiave di questa energia maestra è purificazione.

Si può favorire il lavoro con questo Maestro attraverso l’utilizzo di candele verdi, di oli essenziali come l’eucalipto, il tea tree oil, la mente e il limone. Per favorire il taglio di legami karmici e patti animici che non sono più utili alla nostra evoluzione si possono effettuare letture dei registri e chiedere al Maestro il totale annullamento dei suddetti.

Femminile sacro: guarire la radice

Da una domanda fatta ai Registri Akshici dalla mia Maestra Elena Sassetti, è emersa un’informazione molto importante per il collettivo femminile che mi sento oggi di condividere con voi…

Da quello che ci hanno riferito i Registri una delle ragioni di profonda sofferenza e affaticamento che gravano sul nostro collettivo, deriva da una egregora disarmonica e inautentica che è presente nel campo morfico e che riguarda il tema della morte.

Nel mondo contemporaneo, a seguito della caduta e rimozione della connessione con la Dea e con il Sacro, l’idea, il concetto, l’archetipo collettivo della morte ha subito un enorme processo di mistificazione.

Il sacro femminile è intimamente connesso con la Morte, poichè la donna è il canale privilegiato che permette il passaggio dal mondo invisibile a quello visibile, così come da quello visibile a quello invisibile.

Anticamente le sacerdotesse, le iniziate, si preparavano ad accompagnare il momento del trapasso del defunto come ci si prepara ad una nascita. Le “ostetriche della trasmutazione” erano tali perchè sapevano condurre l’anima del defunto attraverso la soglia, il portale d’ingresso del mondo invisibile e nel fare questo accompaganvano il corpo a trasformarsi, sciogliendo i suoi elementi, per ricondurlo alla luce.

La Morte è dunque UNA NASCITA ALLA LUCE, è ancora più importante della nascita, è la vera rinascita, la vera celebrazione, perchè avviene dopo che l’anima incarnata ha percorso il suo sentiero di prove durissime e incredibilmente evolutive qui sulla terra. Questo passaggio viene dunque vissuto come una festa dall’altra parte del velo e il defunto accolto come una persona cara che ritorna a casa a seguito di un lungo viaggio.

La Morte oggi viene invece vissuta come una tragedia che ha dell’irreparabile, come la perdita di ogni speranza e fine di ogni illusione. Ho sempre pensato che una Società fondata sul credo profondo che il fine che l’aspetta sia terrificante, inaffrontabile per la psiche e per questo da rimuovere, non possa che essere una Società psicotica e dissociata. Come si può, infatti, vivere nella piena beatitudine quando il fine ultimo verso cui si procede è visto come un evento inaccettabile? Tutta la nostra Società è impegnata strenuamente a rimuovere la morte attraverso l’esaltazione e la glorificazione dell’Io. Tutto viene fatto di corsa, si corre sempre anche quando non si ha niente da fare, una fuga continua da se stessi e dall’idea della propria impermanenza e mortalità. Fermarsi nella quiete è troppo difficile per l’Io che vede in quella stasi il pericolo della sua dissoluzione, così l’azione continua, cieca e inconsapevole, è il giro sulla ruota che permette di non vedere, non sentire, non essere.

Le antiche sacerdotesse, le antiche psicopompe, sapevano bene che l’essere è un atto simultaneo di vita, morte, vita. Questo movimento triadico in cui è nascosta la legge del paradasso è familiare ai viaggiatori spirituali che sanno di dover morire e trasmutarsi molte volte nel corso della vita, fino ad arrivare temprati all’ultima prova e liberi della paura, proprio come il serpente che ha vissuto più e più volte la sua desquamazione, o come l’aquila che distrugge il proprio becco e si strappa una ad una le penne prima di spiccare il volo in un corpo nuovo. In tutti questi passaggi di morte in vita e di ultima morte, esiste una Dea che ci porta per mano, accompagnandoci negli abissi e vegliando su di noi in quell’intervallo di oscurità totale quando le luci di un mondo si spengono e si attende l’accendersi delle nuove. In quest’anticamera oscura non siamo soli mai, ma, sempre Lei, l’eterna, la venerabile, la sacerdotessa è presente, per sussurarci che anche quell’oscurità è un’illusione, una prova per l’Io che necessita di perdere il controllo e la falsa credenza della sua importanza personale.

Dunque, la morte, il canale finale, il passaggio dal di qua al di là, andrebbe reinterpretata alla luce di queste premesse: come una trasmutazione alchemica del corpo di materia in corpo di luce. La donna che accompagna il morente in questo passaggio impara l’arte della trasmutazione alchemica perchè ha l’onore di vivere il momento in cui le porte del regno celeste si aprono e lasciano in questo mondo la scia della loro luce.

Allora, quest’arte diventa praticabile anche tra i vivi ed è per questo che la donna possiede la capacità naturale di guarire, di sanare e liberare, proprio per la sua vicinanza e identificazione con la soglia.

Che cos’è la magia se non la capacità di trasformare il piombo in oro, la finitezza dell’io in esperienza di assoluto?

Cambiando la prospettiva sulla morte e concependola, nel profondo, come un dono di trasmutazione, è possibile anche liberare le antiche arti di sabiduria e sanazione femminile dal macigno del senso del male, dell’oscuro e del negativo.

Poichè non esiste ombra nell’universo che non contenga la più grande e radiante scintilla della luce!

Con amore e gratitudine

Irene Adi Rahimo Conti